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KENTRIDGE, LE ARTI VISIVE AI TEMPI DEI NEW MEDIA

L'artista sudafricano celebrato a Milano con rappresentazioni teatrali, installazioni, performance. A partire da "(Repeat) From the beginning", che intreccia gli elementi paradigmatici della sua ricerca, fondata sulla pratica del disegno

 
 

Ogni artista contemporaneo si augura che un giorno la propria attività sia illustrata in tutta la sua complessità. Nel caso di William Kentridge, che lavora da anni su diversi tavoli operativi (arti visive, teatro, musica, performance), il Comune di Milano ha concepito, nell’Anno Internazionale dell’Africa, un progetto che ruota attorno alla rappresentazione scaligera del “Flauto Magico”, di cui il poliedrico disegnatore sudafricano curerà scenografia e regia. Abbiamo usato il termine disegnatore perché è in definitiva nel cartoon, e nella decostruzione della sua tecnica, che risiede il principio primo dell’attività di Kentridge. Non certo in chiave riduttiva dunque, semmai per andare subito al cuore della questione, che è l’universalità e nel contempo l’atemporalità di un linguaggio che pure si colloca apparentemente dentro alla tradizione della nostra figurazione e in simbiosi con la tecnologia, dal cui utilizzo dipendono in definitiva i suoi esiti più interessanti.
“Quando la Regina della notte attacca il «Der Hölle Rache», una delle arie più celebri del “Flauto Magico”, e forse dell'intero repertorio mozartiano, il cielo dietro di lei esplode. Le stelle si muovono in avanti come stessero per inghiottirla, in un tripudio di meteore e comete che attraversano il firmamento”, ha scritto Enrico Silvestri, dopo la prima scaligera del capolavoro di Mozart. Non si tratta dell’unica liaison tra Kentridge e i teatri milanesi. Il 20 e 21 aprile infatti andrà in scena al Teatro del Buratto la prima italiana del “Wojzeck sull’Highweld”. La tragedia di Büchner sarà lo spunto per uno spettacolo prodotto assieme alla compagnia di marionette Handsping Puppet. La poliedricità che oggi ci fa dire che Kentridge è un genio appartiene invece da sempre alla capacità di applicare la pratica del disegno e della modellazione tridimensionale in più campi realizzativi. Da questo punto di vista, crediamo che non vi sia artista più facilmente accostabile a Kentridge di Arcimboldo. E sino al Settecento l’attività relativa alla preparazione di apparati decorativi effimeri ha contraddistinto l’operato degli artisti di corte. Come avveniva allora, Kentridge si adatta con straordinaria duttilità a ogni commissione, senza rinunciare a essere pienamente sé stesso in qualsiasi occasione.
Alla base del suo lavoro c’è un’idea di mutevolezza delle forme, e dunque di fragilità e mobilità. La tensione non è nel cercare di arrestare o rallentare il processo di continua dissoluzione e rigenerazione dell’immagine, che è di fatto costitutivo di tutti i linguaggi visivi, a partire naturalmente dal cinema e dall’animazione. L’artista sudafricano opera anzi una sorta di mimesi creativa di questa frantumazione dell’unità temporale e spaziale dell’immagine, mettendo al centro della propria poetica un’idea di alta instabilità formale. L’installazione presentata nella mostra a Palazzo Reale, dal titolo “(Repeat) From the beginning” intreccia in maniera straordinariamente evocativa tre momenti della ricerca di Kentridge. Si compone infatti di tre video, “Breathe”, “Dissolve” e “Return”, che vengono proiettati in loop contemporaneamente da tre diverse postazioni multimediali collocate nella stessa stanza. Lo spettatore può dunque scegliere se fruirli separatamente o insieme. A generare ciascuno dei tre racconti visivi è un elemento, ma alla base c’è sempre il disegno, come possibilità di generare mondi che sfuggano essi stessi dal controllo del proprio creatore, invitato semmai a seguirli, e a giocare con loro, provando a catturare i momenti in cui le sequenze dinamiche in cui vengono montate le fotografie degli schizzi di partenza tornano a raffigurare una forma compiuta, e dunque a cogliere i tempi ineffabili e subliminali del racconto. Ci sembra evidente il carattere “magico” dell’arte di Kentridge: una magia che discende dalla capacità di farsi sfuggire l’opera, di liberarla e farla vivere di vita propria, come potrebbe accadere al più sbadato degli apprendisti stregoni, per poi però riacciuffarla e rifarla propria, giocando a essere ora Ariel e ora Prospero. Il paradigma del controllo assoluto del dispositivo, peculiare della videoinstallazione, è in questo caso solo una sorta di cornice, all’interno della quale accadono cose imprevedibili, interazioni che discendono direttamente dalla fantasia dello spettatore, invitato a sua volta a governare questo processo sincronico del racconto, a scegliere la propria posizione e dunque la propria narrazione, e nello stesso tempo a ragionare sui presupposti della sua arte, queste creature apparentemente inerti quando sono al loro stato originario, su carta. E che poi invece danno origine a un flusso in divenire, un artificio irresistiibile sfuggito al proprio artefice. C’è infine un aspetto che ci piace particolarmente in Kentridge, ed è questa capacità di restituire l’atto del disegnare al suo fine progettuale e gnoseologico, alla capacità di governare i fenomeni e controllarne lo sviluppo. Oltre Mirò e Calder, oltre Picasso e Barcelò, oltre Bill Viola e Matthew Barney, ci sembra che oggi solo l’artista sudafricano sia in possesso di una chiara visione in merito al superamento della tradizione delle arti figurative attraverso la tecnologia audiovisiva, e della loro sopravvivenza.

 
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Autore: Andrea Dusio
31/03/2011 - 11.38.00
 
Kentridge, le arti visive ai tempi dei new media
FOTO: Kentridge, le arti visive ai tempi dei new media
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