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FABRIZIO DE ANDRÈ, POESIA E REALTÀ

Alla Rotonda della Besana la mostra sul cantautore ligure, concepita da Studio Azzurro come un'esperienza multisensoriale e multimediale

 
 

Perché avvicinarsi all’uomo De André? Per riscattarlo anzitutto dalle banalità a cui l’ha ridotto la lettura semplicistica dei suoi ammiratori "autorevoli", che lo hanno ridotto a santino della videocrazia. De Andrè non è un correlato emotivo di Fabio Fazio, e forse proprio ripartendo dal riassemblaggio d’immagini della mostra che finalmente, a quasi tre anni dal suo “lancio” genovese, arriva a Milano, è possibile restituirlo alla dimensione di volto antitelevisivo per antonomasia. Non che De André fosse un albatros. Posata la chitarra, rimaneva anche davanti alla telecamera un pensatore lucido e parsimonioso, abituato a un’economia di sé che ne rendeva sempre la parola preziosa, oltre che studiata e ponderata a lungo. Non apparteneva certo all’epoca dell’opinionismo, che ha solo sfiorato, e che probabilmente gli avrebbe fatto terrore, alla stregua di uno specchio capace di riflettere la parte peggiore del suo essere comunque un borghese, finanche un piccolo borghese, come è fino in fondo ogni genovese, figlio di città dove persino la nobiltà è status acquisito col reddito.
Per chi l’ha fruita in diretta, l’esperienza dei cantautori italiani, con tutte le sue contraddizioni, ha costituito un momento fondamentale di ripensamento della nostra coscienza collettiva. Era con i loro versi anzitutto che si misurava il nostro “essere sociali”, soprattutto in quell’età e in quel momento della vita in cui si è antisociali per natura, e si cercano degli appigli, dei momenti di dialogo con qualcosa di laicamente più autentico e vero.
Ciascuno di noi è stato, per un tratto più o meno lungo della sua giovinezza, l’ “Amico Fragile”. Uno solo però doveva fare i conti con il destino di esserlo per sempre, e questi era certamente Fabrizio De Andrè. All’uomo, disperso sotto quella montagna così ingombrante di canzoni, alcune eterne, altre altamente deperibili e francamente già morte, guarda la mostra voluta dalla Fondazione De André, fatta più di parole che di musica. E che cerca, a partire dalle soluzioni sperimentate da Studio Azzurro, di far convivere l’inevitabile plusvalore emozional-vintage che chiunque assegna ai propri idoli con l’esigenza di un riordinamento dei dati, e dunque della narrazione di una storia coerente, per quanto frammentaria a soggettiva possa essere.
Per chi l’ha vista negli spazi angusti di Palazzo Ducale  Genova nell'inverno del 2008, la mostra gode ora alla Rotonda della Besana di una fruizione più semplice e meno claustrofobica. Più che a un vero e proprio percorso espositivo, il visitatore è invitato a investigare (quasi a frugare) tra le esperienze multimediali che gli consentono di approfondire, mantenendo una forte opzione di scelta, quegli aspetti della biografia e dell’opera del cantautore ligure che più lo incuriosiscono. Il tentativo di Studio Azzurro è di conservare il valore della “fisicità” nell’accesso ai materiali d’archivio. Così, se si impugna la custodia di un disco, individuandola tra le altre, e la si sistema su un tavolo, un dispositivo (crediamo qualcosa di simile a un codice a barre) attiva un clip che scorre sulla parete, e che è ovviamente legato a quel determinato disco, raccontandone le vicende e gli aneddoti. Lo stesso si può fare con una serie di lastre fotografica, che se infilate in quello che assomiglia a un grande proiettore di diapositive fuori formato, avviano un filmato di repertorio, in cui sono condensati i punti salienti della carriera del musicista, ma anche la cronaca famigliare, sentimentale e politica dell’uomo De Andrè e del suo tempo. Alcune delle canzoni più importanti sono invece fruite attraverso un sistema multimediale. In questo caso siamo però davanti a opere di videoarte in senso stretto, libere interpretazioni sull’attualità di quegli stessi brani. De Andrè, consegnato precocemente alle antologie da chi forse era interessato a annacquarne il messaggio anarcoide e a trasformarne il songbook in un breviario del “politicamente corretto”, è ancora urticante e spiazzante, e la lente deformante da cui guarda la società, quella sua posizione nel mondo che poi corrisponde proprio a quella dell’ “Amico Fragile”, chiede ancora di essere raddrizzata e mediata. Un esercizio non facile, che Studio Azzurro realizza non senza qualche   semplificazione. C’è infine una sezione della mostra in cui i personaggi delle ballate di André diventano protagonisti di un gioco dei tarocchi che lo spettatore può personalizzare a suo piacimento, utilizzando una sorta di cut up grafico e visivo.
Il miglior complimento che si può fare a questa mostra è che si tratta, in definitiva, di una monografica su De Andrè e, nel contempo, di un'antologica di Studio Azzurro (un'antologica di possibilità). È uno dei rari casi infatti in cui il disegno curatoriale è integralmente assorbito dalla decisione non già di cosa mostrare, ma di come mostrarlo. Una modalità che, ne siamo sicuri, sarebbe piaciuta a De Andrè, un artista che del tentativo di rivestire la realtà di poesia un attimo dopo averla denudata ha fatto la sua cifra e, perché no, il suo limite.

 
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Autore: Andrea Dusio
16/03/2011 - 17.22.00
 
Fabrizio De Andrè, poesia e realtà
FOTO: Fabrizio De Andrè, poesia e realtà
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