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ARTE  ›  INSTALLAZIONI E VIDEO

SHIRIN NESHAT PORTA A PALAZZO REALE "DONNE SENZA UOMINI" IN FORMA DI INSTALLAZIONE VIDEO

L'artista iraniana scompone così in cinque filmati le storie che costituiscono il materiale di partenza per il lungometraggio premiato nel 2009 a Venezia

 
 

Chi ricorda le fotografie che Shirin Neshat aveva portato nel 2000 negli spazi della galleria di Lia Rumma in via Solferino, concorderà che costituivano una vera e propria rivelazione. Per la prima volta probabilmente un’artista iraniana ci colpiva con la forza del suo lavoro sulla condizione femminile, dal punto di vista esistenziale ancor prima che sociale. Ci siamo nel contempo abituati a diversi tipi di narrazioni sulla femminilità in Iran. Penso, tanto per citare solo gli esempi più illustri, alla graphic novel di Marjane Satrapi a Tara Inanloo, considerata da molti la Cindy Sherman iraniana. La ricerca della Neshat si è invece spostata dalla fotografia al cinema, e la mostra "Women without Men", nella Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale, corrisponde per molti versi a una ricognizione nei materiali fondativi del suo primo lungometraggio, intitolato appunto nella versione italiana “Donne senza uomini”, e premiato alla Biennale di Venezia con il Leone d’Argento nel 2009. Non capita così spesso di poter destrutturare il “corpo filmico” nelle diverse storie che il montaggio ha intrecciato, e dunque il livello di fruizione più esaustivo della mostra della Neshat coincide con l’aver visto il lungometraggio, e poterne ora analizzare i cinque percorsi narrativi. Dall’altra parte, la volontà di trasformare i video di ciascuna storia in un’installazione multimediale rimanda alla vocazione originaria dell’artista iraniana, che è una film maker ancor prima che una regista, e con ciò intendiamo dire che opera con il montaggio utilizzando una sintassi che non è quella del cinema di finzione. “Donne senza uomini” è basato su di un romanzo messo all’indice in patria, e firmato dalla scrittrice Shahrnush Parsipur. L’epoca in cui è ambientata la vicenda è quella del colpo di stato dello Shah, appoggiato dagli Americani, intenzionati a impedire la nazionalizzazione dei pozzi di petrolio a opera del primo ministro Mohammad Mossadegh.
In questa cornice, con il popolo iraniano che cerca di mantenere autonomia e indipendenza davanti alla dittatura, cinque donne si trovano a tentare di raggiungere un luogo che appare sottratto alla violenza e alla distruzione degli uomini. Si tratta di un giardino, lontano dalla città, carico di mistero e di richiami a un rapporto diretto ed evidente con il soprannaturale. Quello che con le categorie della cultura occidentale definiremmo “realismo magico” è il vero punto di congiunzione delle cinque vicende. Anche se si dimentica per un attimo il film, in cui le storie diventano quattro, lo stesso dispositivo dell’installazione richiama potentemente un’idea di circolarità del tempo e dei destini. Nel lungometraggio sembra quasi che ciascun personaggio sia un tratto di questo circuito chiuso di senso: alla fine si torna sempre alla condizione di partenza, e dunque nulla sembra accadere davvero. Allo stesso modo, il succedersi dei cinque video, ciascuno dei quali si attiva in un punto diverso della Sala delle Cariatidi, non appena è terminato quello precedente, rimanda all’idea che ognuna di queste donne vive tutta la propria possibilità di esistere con piena libertà nei minuti in cui si snoda la sua parabola. Dopo torna a essere un fermo immagine e una foto, una voce a cui è imposto il silenzio, una storia che forse è già finita o magari deve ancora incominciare.
Al punto di partenza di ogni storia c’è la presenza/assenza degli uomini. Il video da cui il lavoro ebbe inizio, “Mahdockht", risale al 2004. La protagonista è una donna sola, terrorizzata dalla propria verginità, ma anche attratta in maniera ossessiva dall’idea della maternità. In maniera magica, troverà così in un giardino il modo di radicarsi a terra, come se fosse una pianta, e così fruttificare senza perdere la propria condizione di purezza. Questo primo filmato è di fatto escluso dalla costruzione del lungometraggio, che invece si articola sui quattro successivi, a partire da Zarin (del 2005), forse il più diretto e violento. Una ragazza che soffre di anoressia si prostituisce in un bordello, e la sua condizione la porta ad atti di autolesionismo. Il rapporto di coercizione a cui è costretta con gli uomini fa sì che, come in un incubo, non riesca più a vedere il volto di chi la sfrutta. Cercando di scuotersi da questa devastante impressione, si rifugia in un hammam, dove si friziona con violenza la pelle, usando una spugna ruvida che la fa sanguinare, sotto lo sguardo costernato delle altre donne. Ma quando torna a uscire in strada, scopre che il gesto di purificazione non è servito a nulla, e che tutti gli uomini continuano ad apparirle senza volto. A quel punto non le resta che scappare dalla città. Quello di Munis è il primo dei tre video con cui nel 2008 la Neshat ha completato il processo di preparazione dei contenuti del film. Una ragazza che si trova a vivere in una famiglia ultraconservatrice, e a subire l’integralismo religioso del fratello, assiste durante gli scontri legati all’ascesa di Reza Palhavi all’uccisione di un manifestante, che milita tra i difensori del governo legittimamente eletto. La donna si trova sul tetto della casa, e, in un gesto simbolico di comunione con la sorte dell’uomo assassinato, si getta in strada. Qui, giacendo fianco a fianco lei e l’attivista potranno intrecciare un dialogo che le permetterà di rompere finalmente con il ruolo di donna sottomessa in cui la società l’ha costretta. Il racconto più enigmatico è forse quello di Fahez, una giovane che si disinteressa delle questioni politiche e sociali, concentrandosi solo sulla propria aspirazione a sposarsi e costruire una famiglia. Sarà Munis a condurla nel giardino dove si trova Mahdokht. Qui ha luogo un intreccio indissolubile di realtà e proiezioni fantasmatiche, dal momento che Fahez, violentata brutalmente e così privata della propria onorabilità, si trova più volte a imbattersi in una donna avvolta in un chador, che scopriremo essere lei stessa. Questo labirinto di apparizioni la condurrà sull’orlo della follia, sino a quando la consapevolezza di essere stata violentata, e dunque dell’origine del suo trauma, le permetterà di sconfiggere le sue ossessioni e godere finalmente della dimensione di serenità del giardino. A chiudere l’installazione è il video di Farokh Legha, una ricca vedova che si trova a comperare il giardino in cui si sono svolte le altre vicende. Qui potrà finalmente costruire un luogo dove le donne possono sottrarsi dal gioco della società patriarcale. Ma Farokh è una donna ambiziosa, e la sua voglia di affermazione nel mondo dell’arte la convince a far del giardino e della proprietà un luogo aperto al mondo degli uomini. E così, quell’oscuro principio primo maschile che sembra costituire il motore oscuro della Storia tornerà a esercitare il suo fatale potere di distruzione, e a ridurre nuovamente le donne nella condizione di sudditanza da cui erano fuggite.

 
GALLERIA FOTOGRAFICA

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Autore: Andrea Dusio
24/02/2011 - 16.50.00
 
Shirin Neshat porta a Palazzo Reale "Donne senza Uomini" in forma di installazione video
FOTO: Shirin Neshat porta a Palazzo Reale "Donne senza Uomini" in forma di installazione video
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