PATRIZIO NESI, LE NOTTI ROSSE A SETACCIAR CORALLO TRA I TOMBINI
Con "Town Down" il fotografo di origine bolognese dialoga con il silenzio delle ore piccole, quando le strade di Milano si svuotano e sembrano lastricate di bellezza
Sempre più, e da mondi e discipline che apparentemente si occupano di altre cose, si sente parlare di “mappature”. Dalle ultime tendenze del design al romanzo più recente di Houellebecq, sino alle nuove applicazioni per dispositivi mobile, una delle grandi ossessioni collettive che montano è quella di una rappresentazione decifrabile dello spazio. Ciascuno cerca di applicare al territorio codici a forte intento di comunicazione, in grado di competere e se possibile vincere nella grande sfida della moltiplicazione ad infinitum di traccianti e tracciati. In merito alle foto che Patrizio Nesi ha raccolto sotto il titolo di “Town Down”, esponendole in autunno alla Fondazione Mudima, credo di poter dire che sono nello stesso tempo la negazione d’una mappa e l’attestazione della sua inutilità.
I critici che si sono misurati con questo lavoro, costituito esclusivamente di immagini di tombini scattate di notte a Milano, hanno evocato ripetutamente per il lavoro di Nesi la figura del flaneur e hanno parlato di “sguardo peripatetico”. Certamente Patrizio sa guardare ogni cosa come Baudelaire osservava le passanti: nella certezza cioè di non vederla più così. Anche quando parla, è come se scattasse fotografie. Non conosce la fluidità delle parole che si prolungano per minuti, le organizzazioni sintattiche complesse, la subordinazione. Il suo è un mondo di esemplari irripetibili ed effimeri. Una delle certezze di Patrizio è che anche la disciplina fotografica che chiede più empatia, ossia il ritratto, va consumata in maniera bruciante, affidandosi all’intuizione di un secondo, e che la lenta osservazione è in definitiva solo un preliminare. Possiede un suo gusto ed è necessaria alla costruzione di un’ipotesi, ma si ferma un attimo prima della verità. L’occhio ha la capacità di innamorarsi senza perdere la misura della propria distanza, di dire mentre registra, di ascoltare mentre si muove. La lingua non sa fare due cose contemporaneamente, e forse nelle fotografie di Patrizio non c’è un’intenzione linguistica. Ecco perché le sue mappe servono solo a lui, restano a bassa intenzione comunicativa e parlano a ciascuno parole diverse.
Io per esempio, lo conosco come individuo stazionario, e non avrei mai sospettato delle sue passeggiate notturne. L’ho sempre visto andare e venire dal bar dove lo incontro, a piedi, lentamente, anche perché si tratta di un percorso molto breve, di quelli che si possono riassumere in un “scendo”, ancor più che “vado”. Non sospettavo questa curiosità misantropa che si declina in un’attenzione lenticolare verso le variazioni offerte da una forma e un modulo che può apparire ripetitivo, come quello del tombino. Quando li ho visti, gli ho detto che sembrano gli smalti di Schifano o i sacchi di Burri. Sono poveri e pop, comunicano in fretta e hanno una bellezza che è fatta di nulla, se non di un occhio che guarda un metallo. Sono anche molto milanesi: sopra ci passavano i tram di Sironi, i velociferi di Santucci, i funerali degli anarchici di Carrà, la bambina di Balla.
Ma per capirli dovevo incontrare Patrizio di giorno, sul Naviglio, come non mi capita mai. Lì, alla luce del giorno, mi ha fatto sfogliare un libro di scatti realizzati per lo più nei bar, rigorosamente in bianco e nero, dedicati a quegli oggetti che sono oggi abbiamo dimenticato, e che però una volta definivano un concetto meno liquido e più alla mano di design: le insegne, le spine per la birra, bottiglie dalla forma particolare, macchine che sapremmo più come accendere. Tutte pronte all’uso, in un’ora in cui gli avventori non sono ancora arrivati. Quelle immagini a loro modo morandiane, legate a una qualche controra in cui i bar sono vuoti, mentre la vita trascorre fuori, appena dopo la porta, mi hanno riportato al luogo e al momento delle sue passeggiate notturne.
C’era una cosa, in quei tombini fiammeggianti come fossero grate di un minuscolo inferno scivolato sotto di essi, che non avevo ascoltato: il silenzio. Tanto tempo prima la pelle della città era stata marchiata a fuoco coi loro segni. Poi però, la pellicola indivisibile dei nostri sguardi ad altezza occhio li ha nascosti e protetti. Non c’erano cartine a disposizione. Ci voleva uno capace di camminare guardando per terra. Spero che Patrizio non se la prenda, se scrivo che ha 58 anni. Io ne ho 41, e sarei un ipocrita a scrivere che molte volte non mi regalo il privilegio di guardare in basso. No, semplicemente non ritengo di dover dedicare il mio tempo a quello, e queste foto di tombini sono la prova che mi sbaglio, che ci sbagliamo un po’ tutti.
Era nata probabilmente per questo, la fotografia: farci vedere quel che non potevamo guardare. Poi invece è diventata un doppio ossessivo del reale, la mappatura in scala 1:1 del mondo, il delirio di Google Earth, una cartografia fatta non più di punti , segni e rilievi, ma di mondo identico a quello in cui ci muoviamo, con la caratteristica demoniaca di poter però essere perlustrato centimetro per centimetro nella sua falsa consistenza (una foto statica colta con luce zenitale in un giorno indifferente) senza muovere un passo.
Patrizio Nesi ci dice invece che esiste una crosta, sospesa su di una città di sotto che è totalmente invisibile. Come nelle ceneri del braciere rimescolato nelle notti lunghissime del Catai da Marco Polo e Kublai Khan, possiamo però immaginare dai colori e dai riverberi delle luci che trascorrono sulle superfici dei tombini qual è la materia che ribolle nell’emisfero meridionale delle nostre giornate. Ma la lettura di “Town Down” come un’evocazione del mondo ctonio non mi convince sino in fondo. Preferisco pensare che questo lavoro riguardi non già le “porte” tra il basso e l’alto, ma solo alla capacità di vedere nei baluginii della materia metallica, gli stampi eccentrici, le texture imprevedibili, la luce artificiale, la pietra la pioggia le foglie e la segnaletica orizzontale, il fondale marino che Patrizio si è scelto. Non importa cosa c’è più sotto, negli abissi inesplorabili. Non ci sono mondi sommersi di significati. I giacimenti di corallo che ci invita a vedere sono sotto gli occhi di tutti e alla portata di nessuno. L’alchimista non ha segreti. A una certa ora della notte vi racconterebbe tutto, dove ha trovato la luna nel pozzo e come ha scoperchiato l’ombelico del mondo. È che a quell’ora ci sono solo i tombini a volerlo ascoltare. (Silenzio).