BURTYNSKY, LA RAGGELANTE BELLEZZA DELLA DEVASTAZIONE
Negli scatti del grande fotografo canadese, ospitati dal Centro Culturale di Milano, il racconto del rapporto tra l'uomo e la Terra. Così i "manifactured landscapes" documentano in forme esteticamente ineccepibili, la distruzione a cui è sottoposto il nostro pianeta
Mentre guardavo al cinema il nuovo film-fumettone di Zack Snyder, “Sucker Punch”, nel mezzo di una delle battaglie che mescolano tecnologia e miti ancestrali, fairies e apocalisse, con un dragone sorvolava non so quale città di vetro, sul fondo dello scenario degli scontri si è intravisto un fiume rosso, che solcava un vasta landa brulla. Ho pensato istantaneamente ai torrenti di nichel delle fotografie di Edward Burtynsky. Il Centro Culturale di Milano ha ospitato nelle scorse settimane la prima personale italiana del grande fotografo canadese, con il titolo “L’uomo e la Terra. Luci e Ombre”. Una ricognizione in quei “manifactured landscapes” che rappresentano l’esito esteticamente più contraddittorio del maestro dell’imaging dell’Ontario. È almeno da “Deserto Rosso” di Michelangelo Antonioni che le arti visive provano a misurarsi con il tema del paesaggio umano e della sua paradossale, brutale disumanizzazione. Attraverso la scelta di un punto di vista e di una scala che attiene forse più a dio, e comunque a uno sguardo giudicante, che alla nostra natura di ingranaggi del meccanismo, Burtynsky prova a compendiare formalmente questa attrazione/repulsione di fronte alle traumatiche ed indelebili trasformazioni cui la nostra specie ha costretto la natura. Nulla sarebbe più falso che presentare le sue fotografie come una mera documentazione del degrado. Lo scopo di Burtynsky è un altro: marcare profondamente la differenza tra quella che è la natura e l’intervento dell’uomo. Usando ogni espediente tecnico (anche se artificioso) possibile. Se guardata con disincanto, la sua narrazione potrebbe essere una sorta di corollario di testi come “No Logo” di Naomi Klein: una lucida analisi del disastro arrecato al pianeta dalla spinta globale all’industrializzazione, e alla modificazione del paesaggio in ragione degli obbiettivi della civiltà consumista. Raffinerie, cantieri, cave, giacimenti minerari, cimiteri di navi. Un passo però oltre la registrazione di quest’irreversibile processo di corrosione dell’ambiente e della sua trasformazione, l’occhio ricomincia, come per un esercizio involontario, a cercare la bellezza. Sino a scoprirla amorale e ingannevole. Belli sono i fiumi rossi di nichel che distruggono come il peggiore degli agenti corrosivi i terreni che incontrano, virandoli per sempre a colori “sovrannaturali”. Belli gli “ziggurat rovesciati” scavati nel marmo di Carrara. Bellissime e terribili, come uno screenshot perduto di District 9, le possenti petroliere spiaggiate sui malinconici lungomare del Bangladesh. Quanto potrà continuare lo sfruttamento intensivo delle risorse? Sino a che punto l’uomo potrà perforare, incidere, erodere, svuotare, saccheggiare la Terra? Burtynsky, con la forza delle sue fotografiche, che possano ricordare “Apocalissi nel deserto”, il documentario di Werner Herzog realizzato ai tempi della Guerra del Golfo, sembra dirci che il presente è già andato oltre alla nostra capacità di immaginare la devastazione futura. Gli echi da un mondo oscuro che paiono provenire da queste raffinatissime istantanee sono in realtà musica del nostro tempo. E la stessa ampiezza delle inquadrature ci suggerisce come il mondo intero sia in definitiva conchiuso virtualmente nella visione che si abbraccia da un solo, formidabile panopticon. Che ci osserva tutti in tempo reale, nei nostri attivi gravidi di conseguenze per il pianeta, ovunque ci troviamo e chiunque siamo.