PETER SCHLÖR, LA LUNGA DECANTAZIONE DELLA LUCE
Personale presso la galleria Zonca & Zonca per gli scatti più recenti del grande fotografo di Mannheim. La serie di fotografie è dedicata alle suggestioni ricavate dai paesaggi aerei delle Canarie
Peter Schlör è uno dei grandi maestri della luce. La applica a un tema, il paesaggio, e a un canone, il bianco e nero, che gli permettono di comprimere e stressare la libertà apparente dello scatto fotografico in un codice estremamente personale. Niente facili suggestioni estetizzanti, e un rifiuto di quella pittoricità della fotografia che, al pari della pratica eguale e contraria (l’iperrealismo della pittura) è una delle espressioni più deteriori di quel percorso facile verso la bellezza che ha intrapreso molta arte contemporanea. Cosa guardiamo quando ci soffermiamo su questi paesaggi aerei delle Canarie, che si possono osservare nella personale che Zonca & Zonca ha voluto dedicare a Schlör ad apertura dell’attività 2011? Certo, ci si potrebbe accontentare di registrare i contrasti di luce, le rifrazioni, i vapori delle nubi e le velature che si succedono agli squarci. In realtà quello del fotografo tedesco è soprattutto un sublime esercizio antinomico sulla luminosità del nero. Ecco perché la fase di stampa, e dunque di riproduzione dell’immagine, ha per Schlör altrettanta importanza della capacità istantanea di fissare un episodio emozionale del rapporto tra lo sguardo e la natura. Non mancano, naturalmente, i possibili termine di paragone con le arti figurative. In definitiva, potremmo considerare Schlör come una sorta di acquafortista della fotografia. Quella che è la terza mostra in Italia per l’artista di Mannheim conferma la vocazione per i trapassi di luce che notammo già nel 2009, quando Schlör aveva presentato, sempre negli spazi della galleria milanese, alcuni scatti che rimandavano al mondo classico. In questo nuovo lavoro si è persa forse la potente cifra surreale e metafisica di quelle immagini, a favore di una declinazione più “romantica”, che in alcuni momenti potrebbe far pensare a un legame con la storia “profonda” della raffigurazione del paesaggio tedesca. Schlör però non è Caspar David Friedrich, e assimilarlo alla propria cultura di provenienza vorrebbe dire appiattire il senso della sua ricerca. Le Canarie rappresentano una sorta di rimando alla mitica Atlantide, e Schlör è interessato a evocare in qualche modo il mistero legato alla leggenda del continente perduto. Le nubi sembrano dunque, più che celare la realtà, sfumarla in una dimensione antistorica e primigenia, come se ci trovassimo a volare su di una terra sconosciuta in cui l’uomo non ha ancora messo piede. Nello stesso tempo, quella che si apre allo sguardo del fotografo, è una realtà in continua trasformazione, e le nuvole certamente evocano il movimento e l’instabilità, condizioni che contrastano radicalmente con le vedute aeree di luoghi che potrebbero appartenere ad epoche differenti dalla nostra.
Si dice che Schlör ami aspettare circa un anno dopo l’esecuzione di uno scatto per stampare la fotografia. In questo tempo approfondisce la sua conoscenza su di un determinato luogo, e dunque la mediazione “culturale” si pone come un curioso intervallo meditativo dell'emozione, e costituisce un periodo di decantazione intorno alle conseguenze e le complicazioni dell'atto stesso di guardare, e sui suoi esiti. Così il movimento può raggrumarsi e cristallizzarsi, in maniera da diventare anch’esso espressione di quei bruschi passaggi chiaroscurali in cui si sostanzia la visione peculiare dell’artista. In questo modo, la luce diventa un elemento che non appartiene più solo e necessariamente alla maniera di osservare direttamente un paesaggio, ma anche al suo ripensamento e alla sua rievocazione.