IL CANTIERE DELLA BELLEZZA DI MASSIMO LISTRI
Nella mostra "Under Costruction", allo spazio Camera 16, il fotografo fiorentino si sofferma su spazi in via di trasformazione
Se alla fine delle discussioni sulla "Celebrazione dei 150 anni dell’Unità d’Italia", dopo un taglio al budget di proporzioni bibliche (che non sappiamo se temere o auspicare), rimanesse spazio per una sola, piccola mostra, questa dovrebbe essere sicuramente “Under Costruction”, la selezione di immagini di Massimo Listri che lo Spazio Camera 16 ha affidato alla curatela di Carlo Madesani.
Conosciamo Listri dai tempi di "FMR", la rivista di Franco Maria Ricci, di cui era tra i fondatori. Di lui ha scritto in anni ormai lontani Vittorio Sgarbi, che sotto il suo assessorato ha dedicato all’amico fotografo fiorentino una monografica a Palazzo Reale, nel tempo che ci sembra ormai mitico in cui nella nostra città si facevano mostre per passione personale, e non per botteghino o per compiacere i propri editori di riferimento.
Listri s’interessa di bellezza, della bellezza delle cose.
Fotografa spazi, sempre con la stessa prospettiva, centrale, frontale. Non è interessato alla figura umana, né a cogliere quel senso di disfacimento di cui si ostenta l’ "estetica del brutto" che piace tanto ai fotografi. Lo spettatore si trova a fare un’esperienza "immersiva", pur restando dall’altra parte del vetro. Un silenzio meditativo, che corrisponde a quello delle creazioni dell’uomo quando l’uomo non c’è, è appena andato via. È un po’ la prospettiva del mondo che è assegnata ai guardiani dei musei, agli uscieri dei teatri, ai lavoranti che si affannano dietro alla scena. Ma non c’è la noia del lavoro inutile e sempre uguale, l’eccitazione del dopo spettacolo, le corse affannose a scena aperta.
Il suo è un altro tempo, in cui la bellezza appare appunto under costruction, in allestimento, restauro, rifacimento. Ma la "porzione di bello" che più lo interessa è la tensione verso la cristallizzazione delle cose, che in realtà si ottiene attraverso la loro invisibile, silente trasformazione.
Questo “cantiere della bellezza”, restituito con un nitore di luci, con una perfezione formale che hanno fatto di Listri uno dei più stimati fotografi di architettura (ricordiamo in tal senso la sua collaborazione con AD) unisce il rigore delle linee al disordine dei “lavori in corso”. Spazi disadorni che stanno per essere riverniciati, quadri ingabbiati in strutture predisposte per il restauro, tele affastellate come alla vigilia di una mostra. È una maniera diversa di guardare palazzi, musei, biblioteche.
La storia di un luogo continua ad avere a che fare con la sua vita, e se non proviamo a percepire questo movimento immobile, siamo condannati a un’idea inservibile di bellezza.
Ecco perché Listri, probabilmente "stanco" di documentare giardini, ville, wunderkammern, università, castelli, monasteri, ha pensato di decifrare il senso della nostra presenza in quei luoghi, della nostra possibilità di viverli e di farli vivere. È possibile, è anzi altamente probabile, che quegli stessi spazi torneranno tra poco all’antico splendore. Perché non aspettare dunque ancora un po’, prima di fotografarli? Una risposta possibile è nella natura stessa di istantanea della fotografia, che serve a fissare qualcosa che sta cambiando, si sta spostando.
La cifra istantanea della bellezza, che si crede appartenga al mondo biologico, riguarda invece anche le cose inanimate, nella misura in cui l’uomo che le ha create o modificate continua a farle cambiare. Nell’epoca del rendering, della finzione stereotipata di uno spazio in cui vivere secondo un immaginario codificato, Listri ci "dice" invece che guardando alla nostra storia possiamo cogliere un aspetto della realtà che ci porta a percepire con intensità anche il processo di trasformazione delle cose: prima che siano riconsegnate all’inerzia di quel tipo di sguardo per cui la bellezza corrisponde sempre e solo a una dimensione asettica, priva del palpito della vera vita.