LA CITTĀ FRAGILE, VIAGGIO ATTRAVERSO IL LATO OSCURO DELLA METROPOLI
La mostra sociale curata da Aldo Bonomi, si dispiega lungo tre direttrici di rappresentazione: la comunitā del rancore, la comunitā di cura e la comunitā operosa
E’ un senso di spaesamento quello che si prova attraversando La città fragile. Lo stesso che sentono gli abitanti della metropoli contemporanea, osservatorio per eccellenza delle nuove configurazioni sociali e comunitarie. La città fragile non è la solita mostra che ci si aspetta di vedere in Triennale, ma un complesso contenitore di analisi dei mutamenti in atto, che rivolge la propria analisi al conglomerato milanese, perché rappresenta il territorio più aperto ai flussi globali a livello italiano.
Curata da Aldo Bonomi, La città fragile non è una mostra d’arte né di design, ma una mostra sociale, che rappresenta il capitolo finale di un percorso di osservazione della nuova fenomenologia dell’abitare metropolitano, cominciato con La città infinita del 2004, e proseguito con La rappresentazione della pena nel 2006 e La vita nuda nel 2008.
La globalizzazione come processo che ricostruisce i parametri di inclusione ed esclusione, lo slittamento dalla concezione di luogo identitario ben definito a quella di flusso surmoderno di persone, informazioni e merci, l’analisi degli spazi al margine per cogliere appieno le sfumature dei mutamenti sociali: sono questi i nuclei fondanti del ciclo espositivo, in cui quello che alla fine emerge è la ricerca continua del legame sociale, nonostante l’erosione progressiva dei valori di eredità novecentesca.
In una modernità in cui i riferimenti familiari e comunitari sono del tutto secondari e la condivisione di futuri comuni quasi utopica, il rischio, la paura e la fragilità diventano tratti primari strutturali e distintivi non più, e non solo, di certe categorie borderline (immigrati, rom, carcerati), ma di tutti noi: “ecco allora emergere la città fragile, come dimensione sociale del rischio: di impoverimento materiale, di entropia relazionale, di solitudine a bassa intensità emotiva, di deriva psicopatologica”, per dirla con Bonomi.
La mostra, attraverso forme eterogenee quali video, foto, mappe, testi e dati statistici significativi, delinea i tratti della città fragile contemporanea, seguendo tre direttrici di rappresentazione: la comunità del rancore, la comunità di cura e la comunità operosa, che corrispondono a tre diversi livelli espositivi. L’allestimento cerca di trasporre architettonicamente i nuclei di significato presentati e disorienta volutamente il visitatore, sviluppando lo spazio con strutture spigolose dalle superfici riflettenti, cocci che frammentano ciò che rispecchiano, quasi come a voler suggerire un’identificazione con le fragilità messe in scena: le tribù urbane che vivono per strada, i carcerati che tentano il reinserimento tramite il lavoro, gli anziani lasciati soli con le loro piccole ossessioni, le donne vittime di violenza.
Al centro della sala le saette del rancore alte 6 metri, che attraverso video, frasi e slogan disturbanti rappresentano lame nere imprevedibili della società, quali violenza e razzismo. Sulla destra infine la comunità della cura, che illustra l'operato di realtà attive sul territorio che si adoperano per creare un’ipotetica città più ordinata e razionale. La resa espositiva, seppur impattante, non è del tutto funzionale: il senso di spaesamento è immediato ma quasi forzato, e l’interazione reale con i contenuti proposti risulta difficoltosa.
Quel che rimane è un viaggio attraverso il lato oscuro della metropoli, una messa in scena della città invisibile, dove per una volta si è costretti a guardare ciò da cui solitamente distogliamo lo sguardo.