STEVE MCCURRY A PALAZZO DELLA RAGIONE CON "SUD-EST"
Dall' 11 novembre al 31 gennaio 2010 una retrospettiva sugli ultimi 30 anni di lavoro del grande fotogiornalista statunitense
Entrando nella sala di Palazzo della Ragione, dove la mostra è allestita, la sensazione immediata che ho provato è stata quella di uno straniamento. Mi sono detta: “E ora, da dove comincio?”. Le foto di Steve McCurry mi circondavano, mi sentivo disorientata di fronte a quei “giganti” che scendevano dall’alto, appesi ad un filo, a pochi centimetri dai miei occhi, dalle mie orecchie e dalla mia schiena. Ero al centro del Mondo: intorno a me vi erano i volti, i colori, i gesti, le storie del Tibet, dell’India, della Birmania, dell’Afghanistan, del Kuwait, dello Yemen.
Frastornata ho vagato tra le foto, mi fermavo ad osservarle avidamente, a leggerne le etichette, sperando di cogliere il maggior numero di particolari possibile. Facevo pochi passi e mi giravo repentinamente per paura che me ne fossi persa qualcuna. E più volte mi sono ritrovata di fronte alla stessa immagine. Mi perdevo in quel labirinto di sensazioni, in cui l’accapponarsi della pelle è stato il segnale che ha accompagnato la percezione di molte foto.
Il mio sguardo si posava ora sulla scena di una madre cambogiana che dorme serena con la sua piccola su un’amaca, e un istante dopo si raggelava di fronte all’immagine di un bambino peruviano che, in lacrime, si punta una pistola alle tempie. E il rimpallo delle emozioni ha persistito per tutto il tempo della fruizione, tra le immagini infuocate della guerra del Kuwait, i fucili impugnati dai bambini-soldato, i paesaggi incantati di alcune regioni del Sud-est asiatico e gli occhi sgomenti, impauriti ma dignitosi di tre fanciulle, tra le quali c’è Sharbat Gula, la ragazzina afghana dagli occhi verdi ritratta da McCurry nel 1984, in un campo profughi al confine Pakistano.
La mostra è sezionata in sei parti: “L’altro”, “Il silenzio e il viaggio”, “Guerra”, “Gioia”, “Infanzia” e “La bellezza”. Ma questa divisione risponde solo a logiche organizzative, dato che il modo in cui si interfacciano e dialogano le foto fa sì che lo spettatore abbia la sensazione di entrare a far parte di un mondo unico, in cui la Vita si dispiega in tutte le sue forme.
La conoscenza dell’ “Altro” passa attraverso l’obiettivo di McCurry e arriva fino ai nostri occhi, ponendoci a tu per tu con scenari di una diversa vita quotidiana, di gesti a partire dai quali possiamo immaginarci una storia, il cui lieto fine non sempre è garantito. Un altro grande fotografo del XX secolo, Bill Brandt, diceva: “Il mestiere del fotografo è la capacità di vedere più intensamente di quanto riesca comunemente l’uomo”.
La grandezza di Steve McCurry risiede proprio in questa capacità: mostrare la complessità del destino umano, riducendo le distanze spazio-temporali ad un rimando velocissimo di luci ed ombre, di colori e forme. La studentessa afghana che, fiera, stringe a sé i libri sarebbe potuta essere me, o chiunque si trovi a guardare quella immagine: è questo stato di empatia che si raggiunge immergendosi in quelle foto.
McCurry con i suoi scatti ruba una porzione di quelle realtà e ce le mostra in tutta la loro tragedia, la loro passionalità, la loro euforia. E questa Gestalt di emozioni plasma nel nostro sguardo un unico concetto: quello di Bellezza. A questo proposito, il saggista Armando Torno commenta così i ritratti delle tre donne fotografate da McCurry: “La natura ha voluto concedere alla bellezza tutte le licenze, le ha aperto i cieli, ha fatto innamorare di lei la fantasia. Ma per possedere la bellezza occorre soffrire. Queste ragazze lo dimostrano con i loro sguardi che entrano in voi e vi portano lontano. Non si rivolgono semplicemente all’occhio, giacché le espressioni di cui sono fatte bussano all’anima. E le ricordano che non sono virtuali, televisive, chirurgiche ma vere. Lontane dalla demenza delle finzioni hanno cercato rifugio nella realtà”.