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VOLETE CADORNA O BARABBA?

Luca Gibillini, consigliere comunale di Sinistra e Libertà, propone di cambiare nome alla piazza intitolata al generale sconfitto a Caporetto. Dedicandola al pacifista Vittorio Arrigoni. Ma è giusto giudicare la toponomastica in ragione della mobilità dei valori di una società?

 
 

Immaginate di essere a Trafalgar Square. E che vi vengano a dire che a qualcuno proprio non va giù che nella piazza simbolo di Londra si celebri l’ammiraglio Nelson e la sua più celebrata e tragica vittoria, fondamentale per la storia successiva del Regno Unito. E ora veniamo a Milano. Dove c’è un consigliere comunale che propone di cambiare il nome a piazzale Cadorna, intitolandola a Vittorio Arrigoni, il pacifista ucciso a Gaza la scorsa primavera. Il politico in questione si chiama Luca Gibillini. Ha trentaquattro anni, sul suo sito sostiene di aver fatto un po’ di lavori atipici (un po’ come tutti noi), tra cui, crediamo di capire, anche il giornalista. È della Barona, e chi scrive condivide con lui alcune amicizie. Forse per questo mi fa un po’ tenerezza la sua richiesta , come se d’improvviso si potessero cancellare dalla toponomastica tutti i nomi di generali, ammiragli, condottieri, battaglie. Il pacifismo è una conquista intellettuale meravigliosa del nostro tempo, ma non di atti di pace è lastricata la strada della storia, maiuscola o minuscola che sia. Dedicare una via o una piazza a Vittorio Arrigoni è un’idea da sottoscrivere, ma in un’epoca in cui la guerra era ancora il modo privilegiato per risolvere le crisi internazioni (ricordiamo che la Prima Guerra Mondiale fu generata in definitiva dall’attentato di Sarajevo), Luigi Cadorna era un militare e nulla di più.
Nella mozione di Gibillini si legge: “Il generale Luigi Cadorna mandò al macello centinaia di migliaia di uomini, gettandoli contro le linee schierate dei nemici, e dimostrò, anche nelle sue memorie, di non aver in nessun conto il valore della vita umana, interpretata alla stregua di munizioni da sparare. Per le sue teorie militariste, in sprezzo della vita umana e fallimentari dal punto di vista anche militare, non può rappresentare un modello e un esempio da ricordare nella toponomastica della nostra città". Faccio io allora una proposta a Gibillini, che chiede addirittura una consultazione popolare per cambiare il nome della piazza (e che lo paghiamo a fare il consiglio comunale, se non sa deliberare nemmeno su di una questione come questa?). Intitoliamo Piazzale Cadorna a Louis Ferdinand Celine, autore del più bel libro pacifista sulla Prima Guerra Mondiale, “Viaggio al termine della notte”. Già m’immagino la risposta: Celine poi si è macchiato di una colpa grave, il pamphlet antisemita “Bagatelle per un massacro”, senza parlare della sua vicinanza al regime di Vichy. Al che controbatterei: cos’è in gioco allora, il pacifismo o il politically corrected, idea mobile quanto nessun’altra? Quand’ero al Liceo (Liceo Ginnasio Beccaria), una notte (era il 1988) un gruppo di militanti di sinistra cancellò la scritta che riportava il nome dell’autore de “Dei delitti e delle pene” e lo sostituì con quello del Colonnello Gheddafi. Misero anche una dedicazione: “Compagno di pace”. Ciascun uomo e ciascun comportamento è figlio della sua epoca. Chi conosce un altro libro pacifista sulla Prima Guerra Mondiale, “Un anno sull’altipiano” di Emilio Lussu, ricorderà la figura del generale Leone, dietro cui si celava il personaggio storico del generale Giacinto Ferrero, comandante sul fronte dolomitico delle brigate “Spezia” e “Perugia”, e odiato dal politico sardo, allora sotto le armi, per le sue azioni sull’altopiano di Asiago. La considerazione delle truppe come carne da cannone era condivisa da tutti i militari di alto grado che parteciparono alla Grande Guerra, e non sarei sicuro che Cadorna fosse più guerrafondaio di Armando Diaz. Era figlio di un eroe del Risorgimento che quest’anno abbia celebrato, Raffaele Cadorna, comandante delle truppe piemontesi in una delle battaglie più sanguinarie che si sono mai combattute su suolo italiano, quella di San Martino. Ma nessuno si sognerebbe mai di dare del “macellaio” a un simbolo dell’unità nazionale. A Luigi invece è andata a peggio, forse perché a Caporetto ha perso. Nel suo “staff” quel giorno c’era il Duca D’Aosta, del cui nome però Gibillini non ha chiesto, bontà sua, la rimozione dalla toponomastica milanese, e anche Pietro Badoglio. Già, perché nel piccolo comune lariano di Dervio c’è una via dedicata a Badoglio e a Milano no? Chi è che sbaglia in questo caso? La Prima Guerra Mondiale è certamente una pagina difficile, anche per la storia militare. Svanito il miraggio della guerra-lampo, si trasformò in un conflitto di posizione. Visto nell’ottica del sacrificio di vite umane, si è trattato senza dubbio di una carneficina, frutto non solo della volontà di chi si trovava nelle posizioni di comando, ma anche della natura stessa del campo di battaglia, e di quella che oggi chiameremmo “obsolescenza tecnologica”: la bassa velocità di combattimento via terra, ancora poco supportata dagli aerei, è una delle cause dei tempi lunghissimi e atroci della guerra di trincea. Ma senza quel conflitto l’Europa sarebbe ancora quella degli imperi. Che piaccia o non piaccia, e con le conseguenze positive e negative che ebbe, è nelle trincee che si gettarono i presupposti per la sostituzione delle grandi organizzazioni assolutiste sovranazionali con le nazioni moderne. Il Dopoguerra rimescolò drammaticamente le cose, ma non si può scrivere che la Grande Guerra fu del tutto inutile. La guerra fa comunque parte dei fatti umani, possiamo estrometterne il ricordo dalle cartine della nostra città, ma si tratterebbe solo di un’operazione di chirurgia estetica. Gibillini sul suo blog si occupa anche di temi evidentemente più stringenti: alcuni un po’ inconsistenti, come la movida sui Navigli, lo spray libero in tre parti della città, e altri di grande rilevanza, di cui sposiamo immediatamente la causa, come la denuncia delle condizioni disumane dei carcerati, in particolare a San Vittore. Veda di canalizzare in questioni di questa consistenza il suo impegno, nel rispetto del mandato che la città e i suoi elettori gli hanno affidato. E lasci stare la toponomastica, il cui cambiamento è da sempre l’esercizio preferito dei dilettanti della politica, e che attiene alla parte più volatile ed evanescente dell’impegno civile. Macellaio, carnefice, grigio generale, valente militare di carriera, Luigi Cadorna è oggi in qualche modo, vogliamo rassicurare il militante del Sel, scorporato da tempo dal suo cognome. Giace nelle pagine di Wikipedia, il sacrario più accidentato e improbabile del nostro tempo. Il suo cognome, scorporato dal nome, è ormai da tempo usato dopo “piazza” o prima di “Stazione Nord”. Più spesso, è usato dai milanesi da solo, per indicare il luogo in cui sono situati un paio di brutte sculture griffate, e un edificio raccapricciante, firmato da un’archistar anche lei strenua fan del politicamente corretto. Forse però, in un giorno speriamo tutti lontanissimo, persino Gae Aulenti potrà essere celebrata con la dedicazione di una via di Milano. A Gibillini questo succederà più difficilmente. A meno che qualcuno non voglia innalzare un monumento all’atipico ignoto.

   
Autore: Andrea Dusio
30/10/2011 - 14.07.00
 
Volete Cadorna o Barabba?
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