FONDAZIONE POMODORO, CRONACA DI UN FALLIMENTO ANNUNCIATO
Da Angela Vettese a Stefano Boeri, tutti i nomi di chi si dovrebbe sentire chiamato in causa dalla chiusura dell'istituzione di via Savona
Ci spiace soprattutto per Giuseppe Penone, la cui personale a ottobre sarebbe stata a nostro parere l’unica cosa interessante nel profluvio di mostre inutili sull’Arte Povera che Germano Celant ha concertato in questi giorni per riempire i maggiori musei di arte contemporanea italiana con il consueto trovarobato di stracci. Siamo meno affranti per Arnaldo Pomodoro, che deve delle risposte alla città, e che invece si è rinserrato nel suo studio di vicolo dei Lavandai. Perché la notizia della chiusura della Fondazione Pomodoro se l’aspettavano tutti coloro che conoscevano i numeri di una realtà che si è tranquillamente continuata a “bere” i finanziamenti di Unicredit, fino a quando il disavanzo non è stato irrecuperabile. Nulla facendo per andare incontro alla città. Ricambiata in questo da un assessore autistico-Vittorio Sgarbi-, uno disinteressato-Massimiliano Finazzer Flory-e un inetto-Stefano Boeri. Passando per la scelta di un direttore, Angela Vettese, che è una vera e propria iattura per le istituzioni museali e culturali del nostro Paese. Dicono che il mondo ce la invidi tanto, e forse sarebbe l’ora di fare un tentativo serio di esportarla a titolo definitivo.
Dal 2005 a oggi, quante mostre memorabili sono state fatte nel bellissimo spazio di via Savona? Il conto è imbarazzante. Quella di Gastone Novelli. E poi, si certo, Kounellis. Magdalena Abakanowicz. Cristina Iglesias. Un po’ poco. Come mai questo calendario con il contagocce? Perché un luogo che avrebbe potuto costituire una risorsa straordinaria della città è sempre rimasto in realtà ai suoi margini? La risposta è semplicissima: la città non l’ha mai considerato una scommessa da vincere. Si è preferito demandare tutto allo stesso Pomodoro, che in questi anni ha peraltro costituito, grazie alle opere donate dagli artisti transitati da questo luogo, anche una ragguardevole collezione, sul cui destino vorremmo che lo scultore prima o poi si pronunciasse, perché a nostro parere dovrebbero rimanere alla collettività. La Vettese ha sì dato luogo agli eventi più interessati, ma si è eclissata non appena il suo emolumento è mancato, disinteressandosi in buona sostanza del destino della Fondazione. Finazzer Flory era troppo impegnato a vaneggiare di un inutile Museo dell’Arte Contemporanea da costruire a Citylife, l’ennesimo contenitore vuoto in cui non si saprà cosa mettere. Era invece possibile chiedere alla Fondazione Pomodoro di fare sistema con l’Hangar Bicocca, la Fabbrica del Vapore e con il Pac, creando così un’articolazione di sedi espositive dislocate in maniera ideale da creare una sola istituzione diffusa, in luogo di tante realtà incapaci di dialogare e sotto la spada di Damocle di un’indebitamento crescente.
Ma ciò che è appena successo alla Fondazione Pomodoro non è una cosa che riguarda solo Milano. Mart, Mambo e Madre, i tre principali musei di arte contemporanea sul territorio (Rovereto, Bologna e Napoli) sono messi dal punto di vista del conto economico in condizioni simili. Se vengono chiusi i rubinetti dei finanziamenti pubblici, saltano. L’intervento delle banche può tamponare l’emmoragia, ma non basta a rimuovere la questione dell’incapacità di trovare un modello di business credibile. È questo un problema con cui l’Italia si deve forse misurare, a causa del nostro indebitamento, prima di altri Paesi. Ma tra dieci anni esisteranno ovunque solo due categorie di musei: quelli profittevoli-che sopravviveranno-e quelli a fondo perduto-che chiuderanno inesorabilmente.
Intanto però si continuano a organizzare mostre identiche a sé stesse-e qui torniamo a Celant, alla sua carovana di stracci e alle sue veneri patetiche, o addirittura a promuovere mostre che “si rompono”, come quella di Kapoor alla Rotonda della Besana, e che nessuno è in grado di aggiustare. Una considerazione finale per Boeri: invece di sprecare tempo a fare la bella statuina con Michelle Hunziker alla mostra di Artemisia Gentileschi, organizzata con il consueto dilettantismo corsivo da Il Sole 24Ore Cultura, avrebbe fatto bene a occuparsi prima della Fondazione Pomodoro. Che si attivi ora per vedere “come recuperare lo spazio alla città” è sintomatico del disinteresse con cui ha cumulato mandati (vedi anche quello della Moda) come se fossero impegni a cui si può non tenere fede. Abbiamo atteso da giugno a oggi di conoscere il suo programma o qualcosa che gli somigliasse: a nostro modo di vedere, per Boeri srebbe già tempo di dimissioni. Da buon interista capirà bene che a Milano chi non fa punti è buona cosa non mangi il panettone.