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IL FUTURO S'INTERROMPE A MILANO?

Alla Biennale veneziana di Architettura si apre una discussione sugli esiti più recenti della riprogettazione urbanistica della nostra città

 
 

Il Padiglione Italia della Biennale di Venezia, curato da Luca Molinari, e intitolato “AILATI. Riflessi dal futuro”, si pone come una riflessione incentrata sul tentativo di raccontare come nel nostro Paese, nonostante il “rumore di fondo” di una drammatica emergenza territoriale, con una speculazione edilizia che ha lasciato il segno più che in ogni altra nazione europea, si sia continuato a fare architettura di qualità negli ultimi 20 anni, e si continui anzi a lavorare attorno ai temi che inconsapevolmente la nostra società pone.

La narrazione posta in essere da Molinari si articola dunque attraverso tre sezioni. La prima, dedicata appunto al ventennio 1990-2010, prova a ricostruire, attraverso il dibattito avvenuto sulle riviste di settore, i passaggi-chiave nella storia della comunità degli architetti italiani. Un’impostazione, quella scelta dalla co- curatrice Maria Vittoria Capitanucci (assistita peraltro da una collaboratrice di Milano Cultura, Maria Giulia Mazzarri), che costituisce il primo tentativo di storicizzazione (non a caso intitolato “Amnesia del Presente”) effettuato partendo dal “dibattito” e non dal “territorio”. Esperienze seminali come quella di “Lotus” o “Zodiac”, o ancora “Casabella” di Vittorio Gregotti, hanno infatti contribuito all’avanzamento del pensiero architettonico in Italia non meno di esperienze antagoniste quali quelle del gruppo romano Stalker, i torinesi Cliostrat, i genovesi A12.

La sezione più interessante è però sicuramente la seconda, “Laboratorio Italia”. A partire da problematiche individuate tra le emergenze civili e urbanistiche peculiari del nostro Paese, Molinari seleziona una serie di progetti e realizzazioni che attestano la capacità di rimodellare il paesaggio in una direzione diversa dal narcisismo prorompente della archistar. Molte delle soluzioni proposte riguardano direttamente la città di Milano. A tratti, sembra di rileggere il volume compilato per Skira (che pubblica anche il catalogo di “AILATI”) dalla stessa Maria Vittoria Capitanucci, “Milano verso l’Expo. La nuova architettura”, allorché, alla domanda “Come si trasforma la città contemporanea?”, viene chiamato in causa il progetto di “ricucitura” del tessuto urbano operato nell’ex area Alfa Romeo del Portello, che coinvolge alcuni dei nomi emersi proprio dal calderone delle esperienze del ventennio appena concluso, a partire da Cino Zucchi. Con buona pace di Gianni Biondillo, l’esteta problematico delle tangenziali, c’è spazio anche per la progettazione di edifici residenziali di periferia, come nel caso dell’intervento di "MAB Arquitectura" in via Gallarate.

Resta invece senza case histories milanesi un altro punto nodale della mostra, quello in cui si cerca di dimostrare che in Italia è ancora possibile costruire qualità a 1000 euro al metro quadro. Ci sono esempi di social housing molto interessanti a Chiari, a Bolzano e nella cintura bolognese. Milano torna però a essere protagonista grazie a Italo Rota e Fabio Fornasari, che firmano probabilmente il progetto più ambizioso di tutto il padiglione, quello relativo alla ristrutturazione dell’Arengario, che vede il rapporto interno/esterno rimodulato e per certi versi stressato in una spirale vertiginosa, che però poi diventa elemento funzionale per l’accesso alla struttura museale. Una realizzazione oggi apprezzabile solo con i rendering, che però ha il pregio di andare a ridisegnare la porzione più problematica del luogo che incarna in assoluto la rinuncia storica a progettare lo spazio urbano nella nostra città, ossia Piazza del Duomo. Allo stesso modo, il nuovo head quarter di Dolce e Gabbana, frutto del restauro di Piuarch, mette in relazione 3 momenti di architettura milanese: gli Anni '20, gli Anni '60 e l’inizio del nuovo millennio.

Andando a creare una sintassi possibile tra momenti alti e cementificazione, in un gioco che forse si potrà definire di dissimulazione, ma che certamente integra positivamente, con la costruzione di relazioni nuove, due punti non dialoganti. Dove invece non ce la sentiamo di sposare l’ottimismo di Molinari è in merito agli esiti della ricostituzione del paesaggio relativo alla ex area Carlo Erba di via Imbonati. Non ci sembra che in questo caso ci si sia davvero posti il problema-chiave, ossia la convivenza di forme sociali e comunità etniche eterogenee. Si è pensato solo a creare discontinuità con il tessuto urbano consolidato, indubbiamente portatore di una complessità per certi versi drammatica, ma che proprio per questo chiedeva un tentativo di dialogo e una proposizione di relazioni, non la mera individuazione di un lessico nuovo e dunque incomunicante. L’impressione è che in questo caso si sia favorita ancor più la disarticolazione della periferia, e la sua frammentazione in vissuti estetici non scambiabili.

C’è infine da dire qualcosa sulla terza sezione, quella intitolata “Italia 2050”. Questo “spostamento in avanti” dell’idea di futuro finisce per annacquare i termini della discussione, e deprivarla della sua problematicità politica. Mi sembra inoltre che la forma estetica che assume questo momento conclusivo sia di per sé emblematica della difficoltà a “vedere” il futuro, e dunque a progettarlo. Con una ricaduta negli stilemi dell’installazione, determinata anche dalla scelta di autori di architettura vocati alla suggestione più che al progetto (Duilio Forte, Metrogramma, Anna Barbara), si rischia di confermare un’incapacità a fare davvero del discorso sui temi urbanistici qualcosa che vada al di là della letteratura più o meno evocativa, o, peggio, dell’escapismo, e della vuota retorica green (com’è nel caso, rispettivamente, dei testi di Giuseppe Genna e del già citato Biondillo). “Arretrare” il futuro al 2030, per esempio, avrebbe reso ben più incandescente la dialettica, aprendo alla questione positiva del fare, e sottraendola alle disquisizioni di lifestyle aspirazionale che erano per molti versi già inscritte nella scelta di partner come il vaporoso magazine Wired, quanto di meno “politico” sia dato a leggere oggi, o muse ispiratrici come il Baricco decotto de “I Barbari”.

 
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Autore: Andrea Dusio
04/09/2010 - 11.07.00
 
Il futuro s'interrompe a Milano?
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