DA PASOLINI A PAPESCHI, QUALI SONO I CONFINI DELLA CENSURA?
Quattro storie che aiutano a capire quando l'arte offende la sensibilità dello spettatore, e quando invece i "divieti" diventano una forma di prevaricazione della libertà
Quattro storie di censura, quattro storie per capire cos'è e quando ha senso. Parto da un mio amichetto d'infanzia, invero già scatenato allora, Max Papeschi, che in questi giorni ha tappezzato la Polonia con i suoi "topolini nazisti", ottenuti fotografando una bella ragazza discinta, che indossa una maschera di Mickey Mouse sullo sfondo di una bandiera con la croce uncinata. L'opera pubblicizza una mostra che si terrà a Poznan, non lontano dalla sinagoga, e credo che gli ebrei polacchi possano dirsi giustamente offesi da quella che è solo una provocazione bassa. Ricordo di aver visto qualcosa di molto simile a un concerto di Marylin Manson, e di averne anche parlato francamente con la rockstar dell'Ohio. Manson, che prima di salire sul palco faceva il critico musicale, era perfettamente consapevole di fare qualcosa che rientrava totalmente nel linguaggio dello show business.
Tutti sanno che i parental advisory, le pecette che si mettono sui Cd per spiegare che un disco contiente testi violenti o sessualmente espliciti, non valsero a difendere Manson dalle accuse di aver influenzato i ragazzi che misero in atto il massacro della Columbine, tutti fans suoi e di altri gruppi metal. E d'altronde metà del nome di Marilyn Manson si rifà all'assassino di Sharon Tate e alla sua setta, che scrissero con il sangue delle proprie vittime il titolo di una canzone dei Beatles dopo l'eccidio. Io non so quanto Max sia talentuoso. Di certo non ho mai provato alcuna fascinazione per il suo lavoro, e ho "disertato" puntualmente le sue mostre, che trovo inconcludenti e pleonastiche, prive di qualsiasi valore autenticamente artistico. Credo che le sue creature abbiano cittadinanza nel mondo, ma sui muri di una cittadina polacca offende inutilmente la memoria. E dunque se l'amministrazione della cittadina l'avesse censurato, io sarei stato d'accordo.
Il secondo caso riguarda Pietrasanta, dove il pittore siciliano Giuseppe Veneziano ha scelto una Madonna che tiene in braccio Hitler come manifesto della sua mostra "Zeitgeist-Spirito del tempo". Anche qui, in una zona dove si ricordano eccidi nazisti come quello di Sant'Anna di Stazzema, la cosa ha creato non poco scalpore, con la sorpresa della galleria ospitante, i cui responsabili hanno dichiarato: "Al di là delle polemiche locali, che finiscono per ridurre il significato vero dell'arte, abbiamo scelto la sede di Pietrasanta per aprire qui quel dibattito culturale che oggi si svolge prevalentemente nei grandi centri; in questo modo la città può proporsi non solo come museo all'aperto ma anche come nuovo polo culturale per la promozione delle avanguardie contemporanee nazionali. E di sicuro non c'è da provare vergogna, anzi, dobbiamo essere orgogliosi di allestire la prima mostra antologica di Veneziano, considerato nel mondo il maggior esponente della new pop italiana". Io non so da dove si ricavi l'idea che Veneziano sia la nuova stella italiana della pop art. Mi interessa di più la sua affermazione delle ultime ore, secondo cui "Se l'arte non provoca, cosa dovrebbe fare?".
Si vada Veneziano a vedere la mostra "Lo sbarco" di Velasco Vitali, e forse capirà qualcosa di cosa vuol dire provocare e qual è il compito oggi dell'arte. E Pietrasanta, attorno a cui si sta davvero cercando di costruire qualcosa di significativo nel panorama italiano dell'arte contemporanea, non ha certo bisogno di artisti che nulla hanno da dire come Veneziano, e che cercano la censura. Qualsiasi sia la reazione che si sceglie davanti alle loro opere, la constatazione della loro "pochezza" è disarmante, e la scarsa qualità merita sempre di essere, se non vietata, almeno bandita.
Il terzo esempio, più complesso, riguarda l'esposizione a Porto Ercole di 2 tele del pittore contemporaneo Luca Samorì, che di fatto rielabora 2 originali perduti di Caravaggio, la "Maddalena" nota per alcune copie antiche, e il "San Giovanni Battista" sdraiato, di cui forse è eco la copia in collezione privata di Monaco. I 2 dipinti dovevano accompagnare un altro San Giovanni Battista, quello della Galleria Borghese, andando così a ricostituire idealmente il quadro che Caravaggio portò con sè nel suo ultimo viaggio. Ma sono stati eliminati all'ultimo momento dalla mostra perché la soprintendente del "Polo Museale Romano", Rossella Vodret ha minacciato di negare il prestito del dipinto Borghese. "Non diamo dipinti antichi per mostre che li accostino con opere contemporanee", questa la spiegazione. Peccato che pochi mesi or sono sia andata di scena a Roma la mostra Caravaggio-Bacon, e in quel caso le opere del Merisi erano state radunate, col beneplacito della medesima soprintendenza, per un accostamento analogo. Si obbietterà che Samorì non è Bacon, ma anche la finalità dell'operazione era completamente diversa. Ecco dunque un caso esemplare di censura indebita, ancorché implicita.
E veniamo, spostandoci dall'arte al teatro, a quanto sta accadendo in questi giorni a Milano. L'assessorato provinciale alla cultura, Vincenzo Maerna, ha chiesto la sinossi degli spettacoli teatrali della stagione 2010/11. E poi ha convocato alcuni direttori artistici, per parlare di alcune criticità, in relazione all'inserimento nel calendario di "Invito a Teatro", che per 68 euro permette a chi acquista l'abbonamento di vedere 8 spettacoli a scelta. I teatri ottengono poi un rimborso da parte della Provincia. Ecco allora farsi largo l'idea di entrare nel merito dell'opportunità di mettere in cartellone spettacoli come "Orgia" di Pasolini, programmato all'Out Off, oppure "Quale droga fa per me" di Kai Hansel al Franco Parenti. Ovvio che, al momento della convocazione, e ancor più dopo gli incontri coi "solerti" funzionari provinciali, personaggi come Andrée Ruth Shammah, intellettuale di certo molto ben integrata con la classe dirigente della città, si siano risentiti, e abbiano stigmatizzato duramente la censura preventiva della Provincia. Sta di fatto però che i manifesti di Papeschi e Veneziano hanno ricoperto i muri delle città, e dunque chi li guarda non ha scelto di farlo. Chi decide invece di andare a vedere "Orgia" di Pasolini, ammesso -e già questo è risibile - che vi sia oggi qualcosa di "diseducativo" in un testo di autore storicizzato da tempo, lo fa di sua spontanea volontà, anche qualora scelga questo spettacolo in un carnet, il cui palinsesto non può essere compilato con la logica del Minculpop. Se vi deve essere una censura essa è a difesa di chi non può scegliere, ed è leso, offeso o ingiuriato da una cosa vista, letta o sentita senza poter esercitare la propria scelta.
La scelta di parlare in quest'ambito anche di una questione, come quella della richiesta di allontanare dalla mostra di Porto Ercole le tele di Samorì, che hanno il solo problema di essere più belle delle copie ritenute autentiche da qualche storico dell'arte particolarmente compromesso con il collezionismo privato e il mercato antiquario, rientra poi nella forma più odiosa di censura, che si esercita non a tutela di un terzo, ma solo come vuoto esercizio arbitrario di potere, da parte di soprintendenti che sono solo funzionari, e invece assurgono al rango di satrapi, e pretendono di dire la loro in merito a una scelta curatoriale: il loro compito, invece, si dovrebbe limitare a stabilire se una data opera è in grado, per stato di conservazione, di essere esposta a una mostra, o se ancora è possibile privarne per un determinato periodo il patrimonio museale.
Da una parte, dunque, due incidenti e "provocazioni" d'artista, non quelle pur discutibili a cui ci ha abituato Cattelan, ma solo due "gesti disperati" di artisti senza risorse che mimano le logiche del mercato dell'arte. Dall'altra, due "provocazioni di potere", specchio di un Paese dove nessuno sa più attenersi al suo ruolo. Noi auspichiamo invece che tanto a Roma quanto a Milano soprintendenti e assessori si facciano garanti della qualità e non del gusto, e tantomeno della "liceità" di una visione.