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LE CRITICHE A "OTTO E MEZZO"

Il capolavoro di Federico Fellini ancora una volta nel mirino della rilettura di chi lo definisce un'opera di "inutile intellettualismo"

 
 

In un articolo che prende a pretesto l’uscita in sala di "Nine", Massimo Bertarelli, critico di cinema per 'Il Giornale', attacca violentemente "Otto e Mezzo" di Federico Fellini, bollandolo come film noioso, sconclusionato, capace di far addormentare gli spettatori. Non è la prima volta che questo capolavoro viene preso di mira.
Un’operazione certamente legittima, come lo è da sempre il diritto di critica. Ma è davvero curioso vedere con grande insipienza Federico Fellini essere comparato al cinema dell’incomunicabilità di Michelangelo Antonioni. A beneficio di Bertarelli, val dunque la pena di ricordare che i due registi vennero da subito messi a diretto confronto dalla critica di allora. E che proprio opere come "La dolce vita" e "Otto e Mezzo" furono considerate agli antipodi rispetto alla cifra esistenzialista (termine utilizzato qui in senso estensivo: Antonioni è “esistenzialista” come lo è Wenders, ossia senza trattenere rapporti diretti con la filosofia di Sartre e Merleau-Ponty) de "La Notte" e de "L’Eclisse".

È facile avventurarsi in recensioni populiste da “ora del dilettante”, ricordando che al cinema si va per divertirsi (anche ma non necessariamente) e prendendo di mira le opere enciclopediche dei vari Mereghetti e Morandini, giustamente omaggianti (e ci mancherebbe altro) quello che per il sottoscritto e per molti altri resta il più bel film di tutti i tempi. Di più, mi verrebbe da scrivere che chi non ama "Otto e mezzo", ancor più che del cinema, non ha capito molto della vita.

È qui raccontata una storia molto semplice: la vicenda di uno stallo creativo. C’è un regista che deve fare un film, e inizia però a procrastinare alcune decisioni strategiche, pensando di confidare nel proprio mestiere e nel proprio talento improvvisativi. La produzione lo incalza, lui fa avviare i lavori faraonici di allestimento del set, ma invece che concentrarsi sulla stesura del film, è sempre più perso nei meandri della propria memoria, in uno stato onirico che pare intrecciare realtà, ricordi e immaginazione.

Paure e sogni dilagano presto nelle sue giornate, conducendolo a uno stato d’impotenza. Il sonno della propria parte raziocinante produce, si sa, mostri. È una parte di sé che il regista e l’uomo devono imparare ad accettare: in questa comprensione del limite risiede anche la cifra capace di rendere intelligibili i colori della vita. E la materia del film, alla fine, ancor prima che venga scritta una sola riga, è già lì, pronta. C’è solo da lasciarsi andare.

Non vale quasi mai la pena di spiegare un film attraverso la trama: l’ho fatto al solo scopo di scimmiottare il tentativo di Bertarelli. Usare l’escamotage di una trama solo in apparenza "sconclusionata" e "senza direzione" (la sceneggiatura è di Flaiano) come metro di giudizio di un film. Come se non esistesse la forza delle immagini, quasi che la valutazione di un film possa farsi dalle dieci righe in cui si condensa inizialmente il soggetto prima di scriverne il trattamento. Non è certo un caso se "grandi" cineasti di oggi, prima di Marshall, a partire da Woody Allen ad Abel Ferrara, passando per David Lynch, abbiano realizzato film che si ispirano esplicitamente al canovaccio di "Otto e Mezzo".

Fellini è anche un autore segnato dall’educazione cattolica. Dopo aver esplorato il tema della grazia, con inclinazione quasi agostiniana, nel finale della Dolce Vita, con l’epifania del personaggio della bambina inascoltata, interpretata da Valeria Ciangottini, vi torna in "Otto e Mezzo" con la figura di Claudia Cardinale. Ma la bellezza del cinema del regista riminese è proprio nell’intreccio tra scrittura e autobiografia.

Nella dicotomia tra Anouk Aimée e Sandra Milo è inscritto tutto il rapporto di Federico con le donne: da un lato la compagna Giulietta Masina, disposta a tollerare anche l’infedeltà per amore, dall’altro le avventure che viveva curiosamente proprio come un riproposizione di infrangere i retaggi culturali impostigli sin dall’infanzia. Il cinema, al pari di tutta l’arte più interessante, è un grande specchio. Può interessarci o meno guardare l’immagine riflessa di qualcuno che non siamo noi. Ma se amiamo solo l’entertainment a tutti i costi, dobbiamo prendere atto che il nostro per primo è un atteggiamento solipsistico. “È la storia di un uomo” - mi disse, tanti anni fa, un’amica per riassumere "La dolce vita". “È la storia di una malattia dello sguardo” - le replicai io. La prima definizione va bene anche per "Otto e mezzo". La seconda si adatta alla perfezione all’articolo di Massimo Bertarelli.

 
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Autore: Andrea Dusio
15/01/2010 - 21.47.00
 
Le critiche a "Otto e Mezzo"
FOTO: Le critiche a "Otto e Mezzo"
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