MUSEO DEL NOVECENTO, BOLLA BIANCA E VISIONARIA
Un racconto "avanguardista" della visita alla nuova struttura ideata da Italo Rota, tra Pelizza da Volpedo e Lucio Fontana
Pare che sia caduta una bolla trasparente dal cielo e si sia poggiata proprio alla destra dell’Arengario.
E’ soffice, bianca e leggera.
E’ la tensostruttura che ci introduce a quel museo che porta dentro pezzettini di ciascuno di noi, delle nostre fisionomie, dei nostri gemiti e dei nostri poteri.
E’ il novecento che si racconta.
La bolla indiscreta ci ingloba dentro lo spazio dell’Arengario che, imponente al suo fianco, è adesso vuoto di pareti e pieno di luce. Una compenetrazione di vuoti d’arte fondamentali, dentro quattro pareti precise.
Dentro la bolla tutto è bianco. E tutto è rosso.
Sogno, arte, tecnologia, progresso.
Spazi essenziali, eleganti e fondamentali. Vetro e perpendicolarismi. Bianco e trasparenze. E immediatamente ha inizio l’ascesa lungo la spirale tridimensionale di colore azzurro. Il primo vuoto alla sinistra è il cubo nero in cui, maestoso, compare “Il quarto potere”, Pellizza da Volpedo, a ricordarci che noi siamo quelli tutti in fila lì dietro, e siamo una moltitudine, e siamo il novecento. Millenovecentouno.
Una pausa di stupore. E poi di nuovo la salita. Il ritmo incessante dei passi e l’attesa. L’essenziale che è visibile agli occhi.
Moduli quadrati, bianchi e neri, le pareti grigie e le colonne marmoree si accostano con sottile eleganza al soffitto a volta dell’Arengario che, bianco, anzi bianchissimo, è contornato da una corona di foglie scolpite intorno a quelli che sembrano ritagli di tegole impossibili.
E’ il ritmo incessante di Boccioni e del futurismo: il suono di motori a scoppio che escono dai quadri scandisce l’attesa incessante tra la visione di un’opera e l’altra, tanti sono i visitatori della mostra. Qua e là una sedia, forse troppo poche. Così “quelli che vanno” e “quelli che vengono” sono la rappresentazione, sono l’installazione delle persone all’interno, perché non c’è sosta, è un continuo flusso di gente che va e che viene, qualcuno vorrebbe stare di più ma risulta impossibile: bisogna correre, dice una voce con un suono così distante dall’atmosfera della sala, occorre dare spazio ai visitatori che aspettano fuori.
Tutto è un continuo movimento, è futurismo.
C’è persino una bimba che dal passeggino parla dadà ,continuando a urlare “ta tada ta ta!” e dando così una voce plausibile a quelle figure.
Pare però che si faccia un po’ di confusione a trovare il percorso, ci sono persone che vanno dalla parte opposta e non si capisce quale sia la direzione corretta.
Il secondo e terzo piano sono piccoli spazi a cui si accede tramite una scala mobile illuminata da piccoli led blu, si vede una Milano che, dall’alto, è davvero bella, ancora.
Ogni rampa della scala scandisce un tempo, un momento storico.
Poggiati tra un quadro e l’altro ci sono le sculture di Arturo Martini, si vedono persino le stelle che non ci sono, così imponenti, sovrastano i vuoti e li riempiono di valore: fanno parte dell’allestimento e non si riesce più a scindere architettura da scultura.
E’ un tutt’uno spaziale, tra manichini metafisici e reali sagome di Arcangeli dell’Annunciazione che scivolano, anzi poggiano dolcissimi, lungo le gambe di una Santa Madonna, quella di Martini.
Spazi sempre più grandi.
Pareti bianche e asettiche per visioni così colorate.
E dove le sculture sono bianche c’è un angolino di nero. Microspazialità cubiche schiacciano le pareti e diventano forme cubiche nelle quali si mostra Melotti.
Ed è il silenzio dell’astrattismo.
Non più il frastuono avanguardista ma un suono così sottile ed impercettibile.
Spazi sempre più grandi, tele immense.
Sedute minime per tempi infiniti.
E poi un corridoio di vetro, da cui si vede tutta la città al tramonto.
Pareti nere illuminate dall’Obelisco di Lucio Fontana.
Concetto, spazio, tempo.
Millenovecentonovantanove.
Duemiladieci.
Ed è già sera.